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lunedì 22 gennaio 2018

Da punk a un cammino “all’antica”. Ora il loro "sballo" è cantare per Dio - I REALE

Reale musica: christian rock band nuovo album storia conversione Medjugorje :: Blog su Today
Il loro è un sogno diventato “Reale”: dal baratro all’amore, dal nulla al matrimonio e alla famiglia. Fino alla realizzazione personale grazie alla musica. E’ la storia di Reale musica: christian rock band nuovo album storia conversione Medjugorje :: Blog su Today
Alessandro Gallo e Francesca Cadorin
in arte, appunto, i Reale
, che in tre parole potremmo definire una christian rock band nata...in grazia di Dio.

GLI ANNI BUI. L’anima del gruppo sono certamente loro due, marito e moglie, che prima di mettersi al servizio della fede e diventare “mezzo divino di comunicazione di massa” erano solo due ragazzi che avevano imboccato la via del male. Sono stati schiavi della droga fin da giovanissimi da quando, cioè, erano ancora praticamente bambini ma già il mondo sembrava una croce troppo grande da sopportare. Per Alessandro cresciuto in una famiglia fortemente credente, era un modo di ribellarsi; per Francesca, il disperato tentativo di cucire delle ferite adolescenziali. Dal provare lo sballo a diventarne dipendenti c’è voluto pochissimo. Sono seguiti anni travagliati, di sofferenza, alla continua ricerca del piacere effimero e di sé stessi, un percorso che li stava portando dritti all’inferno. Ma non avevano fatto i conti con il Signore e la Sua infinita misericordia. Come spesso accade in questi casi sono stati i genitori, in particolare le mamme, a fare “da tramite” ed a convincere i propri figli che un mondo migliore era possibile.

LA COMUNITA’ CENACOLO DI SUOR ELVIRA. E così su due binari diversi, l'uno da Padova, l’altra da Castelnuovo Don Bosco (Asti), sono approdati alla comunità cenacolo fondata da suor Elvira che ha dato la sua vita pur di salvare tanti giovani smarriti. Alessandro aveva 17 anni, Francesca 19. Ritrovarsi in un luogo che metteva Dio al centro della vita, il sacrificio e il lavoro al centro della giornata, non è stato facile ma piano piano è stato un tornare alla felicità. Racconta Alessandro: “L’inizio è stato uno shock: io all’epoca suonavo punk e ricordo come prima cosa che mi tolsero la mia fedele compagna, la chitarra, per imparare a dedicarmi agli altri e a maturare l’amore. Ricordo anche che il mio ‘angelo custode’ Marco, a cui ero stato affidato per il mio cammino di riabilitazione, solo dopo circa un anno me la fece riprendere in mano, per suonare in chiesa. Non sapevo fosse possibile: avevo scoperto il mio modo di parlare con Gesù. Questa cosa mi sconvolse e mi convertì”. Francesca ricorda che la comunità è stata il “primo tocco di Dio”: “La Sua mano mi ha presa e mi ha ‘scaraventata’ lì.  Per me quell’esperienza, durata sei anni, è stato come un rinascere”.
L’AMORE. Poi, dopo la riscoperta di sé stessi, la scoperta del vero amore: “Non ci conoscevamo, ci siamo incontrati in comunità – racconta emozionata Francesca – grazie a madre Elvira che ci “ha messo insieme” e ci ha fatto rivivere la nostra comune passione per la musica. Non avevo intenzione di impegnarmi, ma con lui subito c’è stato un feeling diverso. Ci siamo fidanzati ma, grazie sempre agli insegnamenti di suor Elvira, con un cammino “all’antica”, in un modo che ci ha fatti sempre più innamorare. Niente telefoni, incontri sempre casti. In questo modo abbiamo assaporato l’amore autentico e lo abbiamo vissuto con una semplicità diversa che non avevo mai provato e che ci ha fatto sentire il bisogno di sposarci”. Dopo l’uscita dalla comunità Alessandro e Francesca sono tornati a scontrarsi con la durezza della vita nonostante la nascita dei loro due figli, Samuele e Gioia. “Abbiamo passato momenti duri, niente lavoro e conseguenti difficoltà economiche. Il curriculum con gli anni bui impressi sopra, contava molto di più di quello che avevamo da dare”, rivela Francesca.
LA MUSICA E I REALE.  Sembrava tutto in salita ma è bastato riscoprire la preghiera e affidarsi di nuovo al Signore: “La vita non mi bastava più forse perché siamo nel mondo ma non siamo del mondo” confessa Alessandro. “Con mia moglie abbiamo deciso di riprendere a pregare e di lì a poco tutto è cambiato. Abbiamo sentito di voler dare il mondo a Dio e così sono nati i Reale”. Gli fa eco Francesca: “Abbiamo rimesso insieme quattro cose che avevamo, poi la Divina Provvidenza ha fatto il resto. Davvero! Ci hanno regalato prima un mixer, poi i cavi e piano piano siamo ripartiti. Ogni sera restavamo fedeli, ci inginocchiavamo e dicevamo il nostro sì”. Un po’ per gioco e un po’ per davvero, trascinati dalla fede, è nato il loro entusiasmante progetto di vita. In pochi anni dal cd fai-da-te sono passati ai concerti nelle parrocchie e poi nelle piazze fino ad aprire la mini Giornata mondiale della Gioventù 2015 a Torino. Un progetto bellissimo che nei live propone una musica cristiana di qualità unita, laddove è possibile, a momenti di preghiera come l’Adorazione: “Il centro del nostro concerto non vogliamo essere noi ma Dio. Credo sia il nostro carisma, accompagnare le persone, i giovani all’Eucaristia. Togli l’Io e metti Dio” ci rivela Francesca che si lascia scappare anche una dedica per Alessandro: “Credo scriva in modo fantastico. Tocca le corde giuste, ho creduto in lui”. Per i ragazzi, appena tornati da un live a Medjugorje, dopo gli album “Come nessun’altro” del 2010, “Kairòs” del 2014 e il travolgente singolo “Sono figlio di un Re” del 2015, adesso è quasi pronto il terzo disco che conterrà 14 canzoni, un lavoro che ha già dato i suoi frutti su Musicraiser piattaforma dove è possibile sostenere la band in infiniti modi. Per informazioni e dettagli basta cliccare sul loro sito internetwww.realemusica.it seguire il gruppo sulle loro pagine social. Infine, siccome le grazie per chi si affida col cuore a Dio sono sempre molteplici, notizia di questi giorni, la canzone “Alla porta del Cielo“ è stata scelta come inno ufficiale della marcia francescana di Assisi 2016. Una benedizione ulteriore per un gruppo che sta pian piano raccogliendo quanto seminato con passione e dedizione, e che, come dimostrano gli ultimi risultati, non teme nessuno nemmeno la musica più commerciale. Del resto a giudicare dai frutti del panorama musicale cristiano pare proprio che al Cielo piaccia la buona musica: con un alleato così in Alto, niente è impossibile.




Fonte:http://www.today.it/blog/nel-nome-del-padre/conversioni-medjugorje-reale-gruppo-musica-nuovo-album.html



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domenica 21 gennaio 2018

Dopo il pellegrinaggio a Medjugorje, nulla è come prima. - Testimonianza

Donatella: Testimonianza Medjugorje

Sai, da quando in occasione dell’Immacolata del 2004 sono venuta per la prima volta a Medjugorje, la mia vita è profondamente cambiata. Io non ho avuto segni esteriori, come spesso si sente a Medjugorje, ma mi sono sentita toccare, guarire dentro. Apparentemente tutto è rimasto come prima. Ero già credente, andavo a messa, ero già impegnata in tante cose in parrocchia… Ma lì sulla collina del Pdbrdo ho sentito che la Madonna mi ha preso per mano e il mio cuore si è trasformato! Non è facile da spiegare, è che attraverso Medjugorje ho sentito che Dio c’è, che la Madonna è una mamma vera, che Gesù è una persona viva che ci sta vicino in ogni momento…
Da allora tante cose sono cambiate. Ho avuto tante gioie ed anche tante prove, ma ogni cosa vissuta con la mano stretta in quella di Maria assume un altro significato e non ti fa perdere (del tutto…) la pace del cuore.
Poi quest’anno a Pasqua ho “trascinato” a Medjugorje tutta la mia famiglia (siamo quattro figli tutti sposati con in tutto 7 bambini!) per ringraziare la Madonna per la guarigione di mio padre da un tumore. E lì a miracolo si è aggiunto un nuovo miracolo. Durante il momento dell’apparizione nella cappellina privata di Marija, mio marito Alberto ha avuto un segno meraviglioso: ha provato un gioia grandissima, che gli ha procurato come una forte scossa elettrica e lo ha fatto piangere in uno stato di vera beatitudine. Lui ci tiene a ribadire che non si è potuto trattare di suggestione perchè è stato come un rapimento fisico del tutto improvviso, in un momento in cui il suo atteggiamento nei confronti della veggente Marija e dell’apparizione era di totale scetticismo.
Non puoi immaginare cosa questo ha prodotto nella sua vita e nella vita di tutti noi che gli viviamo accanto. La sera quando sono andata a pregare, in lacrime per la gratitudine e la gioia, sotto la statua della Madonna in chiesa sentivo dentro di me queste parole: “Nulla sarà più come prima!”. Ed è stato proprio così. Il vero miracolo, infatti, è quello che è avvenuto dopo e che sta avvenendo ancora nella nostra vita, nonostante tutti gli alti e bassi, tutte le tribolazioni e tutte le tentazioni che inevitabilmente accompagnano ogni cammino di conversione.

Fonte:http://www.cielinuovi.it/testimonianza-medjugorje/

Don Ivan, dalla droga al sacerdozio - Testimonianza Medjugorje






Oggi, sono contento purché posso testimoniare a voi tutti la “risurrezione” della mia vita. Tante volte, quando si parla di Gesù vivo, Gesù che si può toccare con le mani, che cambia le nostre vite, i nostri cuori sembra tutto così lontano, nelle nuvole, ma io posso testimoniare che ho sperimentato tutto questo e che l’ho visto realizzarsi anche nella vita di tanti, tanti ragazzi. Ho vissuto per molto tempo, circa 10 anni, prigioniero della droga, nella solitudine, nell’emarginazione, immerso nel male. Iniziai ad assumere marijuana quando avevo solo quindici anni. Tutto cominciò con la mia ribellione verso tutto e tutti, dalla musica che ascoltavo che mi spingeva verso una libertà sbagliata,  iniziai facendo, ogni tanto,  una canna,  poi  passai all’eroina, infine all’ago!  Dopo la scuola superiore non riuscendo a studiare a Varazdin, Croazia, andai in Germania senza un obiettivo ben preciso. Iniziai a vivere a Francoforte dove lavoravo come muratore, ma ero insoddisfatto, desideravo di più, desideravo essere qualcuno, avere molti soldi. Cominciai a spacciare eroina. I soldi iniziarono a riempire le mie tasche, vivevo una vita di classe, avevo tutto: macchine, ragazze, bei momenti – il classico sogno americano. Intanto, l’eroina si impossessava sempre di più di me e mi spingeva sempre più in basso, verso l’abisso. Facevo un sacco di cose per denaro, rubavo, mentivo, ingannavo. In quell’ultimo anno trascorso in Germania, vivevo letteralmente per le strade, dormivo nelle stazioni dei treni, fuggivo dalla polizia, che ormai mi stava cercando. Affamato com’ero entravo nei negozi, afferravo pane e salame e mentre scappavo mangiavo. Dirvi che nessun cassiere mi bloccava più e’ sufficiente per farvi capire che aspetto io potessi avere. Avevo solo 25 anni, ma ero così stanco della vita, della mia vita, che desideravo solo morire. Nel 1994  fuggii dalla Germania, ritornai in Croazia, in queste condizioni mi trovarono i miei genitori. I miei fratelli mi hanno subito aiutato ad entrare in Comunità, prima a Ugljane vicino a Sinji e poi a Medjugorje.  Io, stanco di tutto e desideroso solo di riposarmi un po’, sono entrato, con tutti i miei bei progetti su quando uscire. Non dimenticherò mai il giorno in cui, per la prima volta, ho incontrato Madre Elvira: avevo tre mesi di Comunità e mi trovavo a Medjugorje. Parlando in cappella a noi ragazzi, all’improvviso ci ha rivolto questa domanda: “Chi di voi vuole diventare un ragazzo buono?” Tutti attorno a me hanno alzato la mano con gioia nei loro occhi, sui volti. Io invece ero triste, arrabbiato, avevo già i miei progetti in testa che non avevano nulla a che fare col diventare buono. Quella notte però non riuscii a dormire, sentivo un grande peso dentro di me, ricordo di aver pianto di nascosto nei bagni ed al mattino, durante la preghiera del rosario, ho capito di voler diventare buono anch’io. Lo Spirito del Signore aveva toccato il mio cuore in profondità, grazie a quelle semplici parole pronunciate da Madre Elvira. All’inizio del cammino comunitario ho sofferto tanto a causa del mio orgoglio, non volevo accettare di essere un fallito. Una sera, nella fraternità di Ugljane, dopo aver raccontato molte bugie sulla mia vita passata per apparire diverso da come ero realmente, con sofferenza ho capito quanto male mi fosse entrato nel sangue, vivendo tanti anni nel mondo della droga. Ero arrivato al punto che non sapevo nemmeno più quando dicevo la verità e quando mentivo! Per la prima volta nella mia vita, seppur a fatica, ho abbassato l’orgoglio, ho chiesto scusa ai fratelli e subito dopo ho provato una grande gioia per essermi liberato dal male. Gli altri non mi hanno giudicato, anzi, mi hanno voluto ancora più bene; ho sentito “fame” di questi momenti di liberazione e di guarigione e ho cominciato ad alzarmi la notte per pregare, a chiedere a Gesù la forza di vincere le mie paure, ma soprattutto di donarmi il coraggio di condividere con gli altri le mie povertà, i miei stati d’animo ed i miei sentimenti. Lì davanti a Gesù Eucarestia la verità ha iniziato a farsi strada dentro di me: il desiderio profondo di essere diverso, di essere amico di Gesù. Oggi ho scoperto quanto è grande e bello il dono di una amicizia vera, bella, pulita, trasparente; ho lottato per riuscire ad accettare i fratelli così come erano, con i loro difetti, accoglierli nella pace e perdonarli. Ogni notte chiedevo e chiedo a Gesù di insegnarmi ad amare come Lui ama. Ho trascorso   tanti anni  nella Comunità  di Livorno, in Toscana, li, in quella casa, ebbi modo di incontrare  tante volte Gesù e di andare più in profondità nella conoscenza di me stesso. In quel periodo, inoltre, soffrii molto: i miei fratelli, cugini, amici erano in guerra, mi sentivo colpevole per tutto quello che avevo fatto alla mia famiglia, per tutte le sofferenze arrecate, per il fatto che io me ne stavo in Comunità e loro in guerra. Inoltre mia madre, in quel periodo, si ammalò e mi chiese di ritornare a casa. Fu una scelta molto combattuta, sapevo cosa stava passando mia madre, ma nello stesso tempo sapevo, che per me uscire dalla Comunità sarebbe stato un rischio, era troppo presto e sarei stato un peso grosso per i miei. Pregaii per notti intere, chiedevo al Signore di fare capire a mia madre che io non ero solo suo, ma anche dei ragazzi con i quali vivevo. Il Signore ha fatto il miracolo, mia madre  ha compreso e oggi lei e tutta la mia famiglia sono molto contenti della mia scelta. Passati quattro anni di Comunità, era arrivato il momento di decidere che cosa fare della mia vita. Mi sentivo sempre più innamorato di Dio, della vita, della Comunità, dei ragazzi con cui condividevo le mie giornate. All’inizio, pensai di studiare psicologia, ma più mi avvicinavo a questi studi, più le mie paure aumentavano, avevo bisogno di andare al fondamento, alla essenzialità della vita. Decisi, allora, di studiare teologia, tutte le mie paure sparivano, mi sentivo sempre più riconoscente verso la Comunità, verso Dio per tutte le volte che mi e’ venuto incontro, per avermi strappato dalla morte e avermi risuscitato, per avermi ripulito, vestito, per avermi  fatto indossare il vestito della festa. Più procedevo negli studi, più la mia ‘chiamata’ diventava chiara, forte, si radicava  dentro di me: volevo diventare sacerdote! Desideravo donare la mia vita al Signore, servire la Chiesa dentro la Comunità Cenacolo, aiutare i ragazzi. Il 17 luglio 2004 sono stato ordinato sacerdote.


fonte: http://www.comunitacenacolo.it/official/index.php?option=com_content&view=category&id=100

Accettai la sua “sfida”e tornammo da Medjugorie in tre.. - Testimonianza

Una famiglia con 5 figli impegnata nella nuova evangelizzazione



TESTIMONIANZA
Mi chiamo Giovanna e sono una mamma di cinque figli, Nancy, Noemi, Davide, Samuele, Gioele Maria, e sposa di un marito meraviglioso, Denis.
Siamo sposati da 17 anni e la nostra vita matrimoniale è stata, e lo è tutt’ora, una grazia meravigliosa di Dio; abbiamo passato tante prove ma proprio attraverso di esse il nostro amore e la nostra unione si sono fortificate!
I nostri figli sono una Grazia e un Dono immenso di Dio. Egli ha usato la nostra misera umanità per renderci cooperatori con Lui per donare vita ai suoi figli, figli da sempre amati, fin dall’eternità!
L’ultimo dono di Dio è stato Gioele Maria, concepito nella terra di Maria, Medjugorie, precisamente un anno fa. Nella mia povertà, non ero molto favorevole al rimanere di nuovo incinta. Dentro di me la paura mi impediva di dire quel sì, quell’eccomi a Dio per un suo progetto di Amore!!
Sì, fece capolino la paura di rimanere di nuovo senza lavoro come fu all’arrivo del nostro quarto figlio, Samuele. In tale occasione, dopo i primi mesi di gravidanza, mio marito per mancanza di lavoro fu costretto a chiudere la sua ditta edile e per noi fu una grande prova, come tutt’ora tante famiglie vivono!
Sono stati quasi due anni di continuo abbandono alla Provvidenza, cercavamo lavoro, chiedevamo, ma niente…. il lavoro non c’era! Abbiamo passato notti in bianco per capire come poter portare avanti la nostra famiglia, abbiamo venduto tutto per pagare le bollette o per “semplicemente” mangiare! Nel frattempo il nostro cuore, pur non mancando di Amore da parte della Provvidenza, si era lentamente indurito, soprattutto il mio, e la mia troppa razionalità mi portava a quel ragionamento troppo umano: “Perché Dio che è Padre ci ha abbandonati proprio in questo momento che sono incinta del quarto figlio?? Perché Dio che è Padre non ascolta le nostre preghiere?? Le preghiere di una famiglia che chiede il Suo aiuto?? Perché Dio che è Padre rimane così indifferente alle nostre difficoltà???”
La mia troppa razionalità mi aveva portato a un distacco di fede e a un non abbandono verso Dio. Lentamente, non accorgendomi, avevo indurito il mio cuore alla Sua Grazia, ma Maria che è Madre ha saputo entrare con amore nel mio cuore e guarire la mia ferita e la mia durezza.
Così l’anno scorso, dopo il 15 agosto, nel desiderio di trovare un momento di ricarica spirituale, siamo partiti per Medjugorje, solamente io e Denis, non riuscendo a portarci tutta la famiglia per motivi economici. Sono stati giorni molto profondi e Maria ha saputo sedurmi con tenerezza e pazienza.
Ogni giorno riuscivamo a salire sul monte dell’apparizione e della croce e ogni giorno portavamo sempre un’intenzione particolare, pur pregando per tante altre intenzioni. Sentivo nel mio cuore che qualcosa stava lavorando, sentivo che la maternità prendeva di nuovo spazio dentro me, mi sentivo invasa da questo desiderio ma contrastato dalla mia razionalità e paura, la paura di rimanere di nuovo senza lavoro e non riuscire a mantenere la mia famiglia.
Un giorno, in quella terra benedetta, andai a confessarmi e anche il sacerdote, pur non sapendo nulla della mia lotta interiore, mi disse che Maria ama una famiglia con molti figli e che una mamma lo capirà quando raggiungerà il Paradiso. Uscii da quella confessione quasi infastidita per quelle parole e mi dicevo: “Ma io ho già quattro figli può anche bastare!!”
Ma Maria sa davvero conquistare i cuori con la sua dolcezza materna e una mattina sul monte della Croce, quando arrivai in cima, dentro di me si sciolse un nodo e dissi proprio così a Maria: “Ok! Se mi chiedi di avere un altro figlio, io ci sto, mi abbandono a te… Eccomi!”
Sentii nel cuore che Maria ci chiedeva di  annunciare le meraviglie di Dio, quel “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, la bellezza e la Grazia della famiglia in tempi così duri, in particolare dopo l’arrivo di questo nuovo figlio. Accettai la sua “sfida”e tornammo da Medjugorie in tre.. il piccolo Giole Maria fu concepito nella terra di Maria!
La nostra è una famiglia numerosa, quasi in contrasto con la realtà attuale, con tutte le difficoltà che ora deve passare una famiglia, difficoltà che portano a un non aprirsi alla vita, ma la fede donataci a noi sposi aveva raggiunto il nostro cuore di un desiderio di abbandono totale alla Sua provvidenza, un vero miracolo dell’Amore!
Gioele Maria è nato l’11 maggio di quest’anno e dopo la sua nascita sentii una grazia particolare, una pace immensa, una vera e propria benedizione dentro di me e fuori. Situazioni annodate da anni si sciolsero come neve al sole, segni forti della presenza del Suo Amore; situazioni per cui pregavamo da anni, dopo la nascita di Gioele Maria, venivano “sistemate”.. la nostra vita un rinnovamento!
Ora è da mantenere la promessa dopo quell’eccomi sul monte della croce a Medjugorie… annunciare le Sue Meraviglie!! Sorpassando mille difficoltà siamo riusciti a comprare una roulotte, proprio per avere una casa mobile e permettere alla nostra famiglia di poter fare un’evangelizzazione itinerante e andare dove Lui vorrà chiamarci per portare semplicemente la nostra testimonianza di vita familiare e della nostra fede, annunciare l’Amore  e la Tenerezza che Dio riversa sui suoi figli… abbiamo deciso di vivere abbandonati alla Provvidenza e donarci come Famiglia Nazareth dove Lui ci vorrà, come Lui ci vorrà!
Fonte:http://cavalieridellaluce.net/2016/10/una-famiglia-con-5-figli-impegnata-nella-nuova-evangelizzazione/

Oggi MADRE ELVIRA compie 81 anni; ecco la sua storia

PETROZZI RITA AGNESE , conosciuta come MADRE ELVIRA e da tanti identificata come “la suora dei drogati”, nasce a Sora (FR) il 21 gennaio 1937. Ama definirsi "figlia di gente povera". Durante la seconda guerra mondiale, insieme alla sua povera famiglia, emigra ad Alessandria, dove vive i disagi e la miseria del dopoguerra, divenendo in casa la “serva” di tutti. A 19 anni entra in convento a Borgaro Torinese, presso le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, dove da Rita Agnese diventa suor Elvira.

Intorno alla metà degli anni Settanta sente nascere dentro di lei come "un fuoco, una forte spinta interiore" a dedicarsi ai giovani che vede in quegli anni sbandati, persi, smarriti. Dopo una lunga, paziente e fiduciosa attesa, il 16 luglio 1983, a Saluzzo (CN), fonda la Comunità Cenacolo, che non è solo un’opera sociale o assistenziale, ma è soprattutto una "famiglia" fondata sulla fede, dove l'uomo ferito può incontrare un amore che lo accoglie gratuitamente, lo aiuta a guarire le ferite, lo sostiene e lo guida per ritrovare la Via della Verità, un amore esigente che lo educa alla bellezza della Vita vera.


«Ero una suora felice, innamorata del Signore e della vita, ma ad un certo punto è iniziato in me qualcosa non deciso da me, "come un fuoco", una spinta interiore che mi orientava sempre più verso i giovani. Li vedevo delusi, smarriti, persi, e dinanzi all'Eucaristia mi sembrava di "percepire" il loro grido di dolore. Mi rendevo conto che erano abbandonati ed emarginati da questa società consumistica. Mi accorgevo che nelle famiglie non c’era più dialogo né comunicazione, che mancava la fiducia tra i coniugi e tra genitori e figli: i giovani erano lasciati soli, e io li vedevo tristi per le strade. Nella preghiera mi pareva di percepire il loro grido di dolore. I giovani andavano da una parte e noi dall’altra, e soffrivo. Sentivo in me una spinta che non potevo più sopprimere, che cresceva sempre più. Non era un’idea, non sapevo neppure io cosa stava succedendo in me, ma sentivo di dover dare ai giovani qualcosa che Dio aveva messo in me per loro. La chiamata ad aprire le porte agli sbandati, ai tossici, ai disperati che si incontrano nelle stazioni, per le strade, nelle piazze, non è stata sicuramente "una mia idea". Ciò che sta accadendo, la storia che stiamo vivendo, non poteva nascere dalle idee o dalle intuizioni di una povera donna come me. Sono io la prima a sorprendermi tutti i momenti di quello che sta avvenendo: come avrei potuto io inventare una storia così?».

«La chiamata che viene da Dio ti rende capace di credere e di compiere cose che tu stessa non avresti mai pensato né immaginato. Non era facile per me spiegare ai miei superiori ciò che sentivo e altrettanto non era facile per loro, me ne rendo ben conto, credere che quello che chiedevo venisse veramente da Dio. Ho domandato più volte, per parecchi anni, di poter aprire una casa dove accogliere questi giovani, e in risposta mi venivano giustamente evidenziati i miei limiti e le mie povertà: non avevo studiato, non ero preparata... era tutto vero, ma dentro di me si era scatenato un vulcano che non si spegneva più e sentivo che dovevo dare una risposta a quel Dio che mi stava arricchendo di un dono non mio da restituire ai giovani.
Non è stato difficile aspettare, piuttosto è stato sofferto perché mi sembrava di perdere tempo, ma ho atteso con tanta fiducia, pazienza e speranza. Qualcuno mi diceva: “Ma Elvira, perché non esci dalla tua congregazione, così puoi fare quello che vuoi!”. Ma io non intendevo “fare quello che volevo”, era ben altro ciò che stava avvenendo in me. Per questo ho aspettato, pregato, sofferto, amato. Non sono mancati momenti di tentazione, quando mi veniva da pensare: “Ma come mai, perché non hanno fiducia?”. Ma poi mi sono detta: “In fondo perché dovrebbero avere fiducia in me, che sono una povera creatura?”. Adesso ragiono un po’ di più e capisco che tutta questa attesa è stata una benedizione, sono state le doglie del parto. La tenacia e la pazienza che Dio mi ha donato sono state il sigillo della sua paternità su quello che stava nascendo»



16 LUGLIO 1983: NASCE LA COMUNITÁ CENACOLO

«Ricordo bene quel giorno: era il 16 luglio 1983, festa della Madonna del Carmine, e avevo ricevuto le chiavi per entrare nella casa e incominciare. Quando ho visto quel cancello ho tirato un grande sospiro di gioia; mi ricordo che le viscere hanno danzato! È esplosa improvvisa una pienezza di vita dentro di me: era la gioia conquistata tra la lunga attesa ed il momento in cui il desiderio si stava realizzando. Vedendo in che stato era la casa coloro che mi avevano accompagnato si misero le mani nei capelli: era diroccata, senza porte, senza finestre, il tetto tutto da riparare, non c’erano letti, tavoli, sedie, pentole, non avevo un soldo... nulla! Io guardavo i loro volti smarriti ma “vedevo” già tutto quello che doveva succedere, “vedevo” la casa già così com’è oggi: ricostruita, bella e piena di giovani! È stupefacente come il Signore mi ha sostenuta, consolata e confortata! Io pensavo a una grande casa per farci stare almeno cinquanta “disperati”, ma dopo poco tempo le stanze erano già stracolme, con mio immenso stupore, e con la lotta dentro di me per decidere cosa fare. La vita spingeva, i giovani continuavano a bussare alle porte e allora abbiamo aperto un’altra casa, e poi un’altra ancora, prima in Italia e poi all’estero, di qua e di là… ora non le conto più».

«All’inizio abbiamo vissuto tantissima povertà perché non avevamo nulla, se non la certezza della fiducia in Dio. Quel Dio che è Padre lo avevo scoperto quando ancora ero bambina, e lì ho imparato a fidarmi di Lui quando la povertà era più cruda, nel senso che non c’era niente, e sentivo mia madre ripetere spesso una litania: “Santa Croce di Dio, non ci abbandonare!”. Nessuno vorrebbe soffrire ed invece lì ho capito quanto è importante nella vita imparare a vivere la croce, perché lei è nostra madre e noi dobbiamo accoglierla e amarla per vivere bene tutto il resto. Ho voluto che anche i giovani che accoglievo potessero non solo sentire parlare di Dio, ma vedere la sua paternità concreta. Allora ho detto a Dio: “Io li accolgo, ti do tutta la mia vita, ma Tu dimostra loro che sei Padre!”. E in tutti questi anni, ve lo posso testimoniare con gioia, la sua Provvidenza non ci ha mai, mai deluso!».

 IL NOME COMUNITÁ CENACOLO

«Volevo che ci fosse qualcosa nel nome che c’entrasse con la Madonna. Allora ci siamo chiesti: dove si trova Maria nella Bibbia? Un luogo era il Cenacolo: Maria era lì con gli apostoli, chiusi e pieni di paure dopo la morte di Gesù, come i giovani di oggi timidi, paurosi e muti. Ma quella sua presenza materna li raduna e li fa pregare, e poi scende lo Spirito Santo, la forza di Dio, ed essi si trasformano in testimoni coraggiosi. Allora l’abbiamo chiamata Comunità Cenacolo, perché questa stessa trasformazione desideriamo avvenga oggi nel cuore giovani che accogliamo. Noi amiamo definirci una Comunità di peccatori pubblici, peccatori amati e salvati dal Signore, che oggi vogliono rivelare al mondo l’infinita e grandiosa misericordia di Dio. È questo il nostro messaggio: vogliamo essere questa speranza viva di una misericordia sempre presente, sempre attiva, sempre nuova su di me, su di voi, su di loro, su tutti!».
Fonte:http://www.comunitacenacolo.it/official/index.php?option=com_content&view=article&id=87&Itemid=530&lang=it

16° anniversario di morte di fra Leonard Oreč, ex parroco di Medjugorje

Sedicesimo anniversario di morte di fra Leonard Oreč

data: 16.01.2018.
Domenica 21 gennaio 2018 ricorrerà il sedicesimo anniversario di morte di fra Leonard Oreč (Posuški Gradac 1928 - Zagabria 2002), ex parroco di Medjugorje e fondatore dell’Associazione religioso-umanitaria “Medjugorje Mir”. Fra Leonard svolse il suo servizio a Medjugorje dal 1988 al 1991, periodo durante il quale ricoprì anche l’ufficio di parroco per più di un anno. Nel corso di quei complessivi tre anni trascorsi in parrocchia, egli vi ha lasciato una traccia indelebile, dimostrandosi un sacerdote esperto e sapiente ed un fervoroso propagatore dei messaggi di pace e di riconciliazione della Madonna. Nel 1992 egli fondò l’Associazione umanitaria “Medjugorje Mir” di Spalato, che opera a tutt’oggi. A partire dal 1997, fra Leonard prestò la sua opera presso la Curia Generalizia dell’Ordine Francescano di Roma, dove rimase fino al luglio del 2001, anno in cui venne colpito da una grave malattia. Proprio in quei giorni egli aveva celebrato la sua “Messa d’oro”, per i suoi cinquant’anni di sacerdozio. Deceduto il 21 gennaio 2002 a Zagabria, venne sepolto a Posušje il 23 gennaio dello stesso anno.

Fonte:http://www.medjugorje.hr/it/attualita/sedicesimo-anniversario-di-morte-di-fra-leonard-orec,9498.html

domenica 14 gennaio 2018

Stefano Jurgens: Ho incontrato Gesù era alla mia destra e mi ha sorriso- Testimonianza

Stefano Jurgens: Ho incontrato Gesù era alla mia destra e mi ha sorriso

 

Stefano Jurgens è conosciuto nella Televisione italiana come autore di molti programmi di successo come: Domenica In, Buona Domenica, Tira e Molla ed attualmente Avanti Un Altro. È anche un bravo paroliere e ha collaborato con i grandi della musica italiana: Celentano, Morandi e molti altri. In una recente intervista radiofonica, l'autore ha raccontato che in un momento di profonda crisi della sua vita, aveva deciso di farla finita, ed è proprio in quel momento che trovandosi da solo in una spiaggia deserta ha scritto con un ramoscello di ulivo il nome Gesù.
Dice: "Ho visto Gesù, stava alla mia destra era realmente accanto a me (mi sembrava di essere ubriaco, eppure non avevo bevuto). 

Mi guardava dolcemente. Quel Gesù che ho visto io, è un bel ragazzo con i capelli lunghi". Stefano, oggi frequenta il gruppo del Rinnovamento Carismatico Cattolico. Nel 2011 è stato vittima di un virus che l'ha reso sofferente per diversi mesi e anche in quel caso, vive un esperienza straordinaria: lo stato di premorte. Stefano afferma: "Ho visto due personaggi quasi fumettistici che tutte le sere mi venivano a trovare in ospedale. Quando mi svegliai dal coma, uno dei due mi fece cenno col pollice..."
Stefano Jurgens è autore di tre libri: Nel cognome del Padre, Un angelo in T-shirt e Champagne in paradiso. Nella recente intervista radiofonica, l'autore afferma di non provare vergogna a condividere questa sua esperienza di fede con i suoi colleghi del mondo dello spettacolo "non m'importa cosa possano pensare a me interessa condividere la mia fede con gli altri. 
 Il mio compito di certo non è convertire le persone a quello ci pensa Gesù Cristo". Cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova edizione di Avanti Un Altro? "Intanto tanto divertimento, in primis noi vogliamo divertirci e fare divertire chi ci guarda da casa. Oggi, accendendo la televisione e leggendo i giornali ci rendiamo conto della sfilza di notizie negative che ci sommergono. Allora cercheremo, di divertire il pubblico e di fare trascorrere delle ore liete davanti la tv." 


Stefano Jurgens e la fede prima della conversione.
Io ero come tutti i ragazzi: ho fatto la prima comunione, ho servito tre volte la messa e poi basta, mi sono dimenticato di Gesù, non ci ho mai più pensato. L’unica volta che ci ho pensato avevo 13 anni. A me piaceva disegnare, piace ancora disegnare. Disegnavo a china e mi è caduto su un foglio di carta bianco un vasetto di china nera e stranamente ha disegnato quello che a me sembrava un profilo di Gesù, gli ho disegnato una corona di spine intorno alla testa ed è venuto fuori Cristo. A parte questa parentesi artistica non ho mai più pensato a Gesù. Ero troppo preso, come tutti, a correre dietro al lavoro, ai soldi, a pagare il mutuo, le tasse, a cambiare la macchina, a guardare le donne, le ragazze, ma soprattutto a lavorare, lavorare, lavorare…
Poi cosa è avvenuto e quando è avvenuto?
È avvenuto attorno all’età di 40 anni quando Corrado Mantoni, con cui ho lavorato per vent’anni come autore, m’ha detto “Stefano, io mi fermo per due anni”, io gli ho risposto “Bene. E io che faccio, Corrà?” e lui “Tu sei libero di fare quello che vuoi”. Poiché a quei tempi c’era un rispetto assoluto per personaggi come Corrado, nessuno mi ha chiamato a lavorare perché pensavano di fare un torto a lui e io mi sono trovato per due anni fermo senza lavoro con la famiglia, i ragazzini da crescere, i debiti che hanno tutti quanti, ed ero disperato perché non avevo padre, non avevo madre, i miei fratelli sono più piccoli. Non sapevo a chi chiedere aiuto. E in quel momento di disperazione e di angoscia, su una spiaggia di San Felice Circeo, ho preso un ramoscello da un arbusto che stava lì per terra e d’istinto ho scritto il nome di Gesù sulla sabbia. Gesù è apparso alla mia destra e io naturalmente: “Oddio che mi è successo”, mi sono autosuggestionato, non bevo superalcolici, non mi drogo, non fumo. Mi sono detto “Adesso passerà”: sono ormai 18 anni che questa figura di Gesù non è  mai più passata. Adesso non è più alla mia destra ma il suo viso sta di fronte a me. Spesso quando sono concentrato non lo vedo, ma quando sono così, con aria distratta, appare davanti a me ed è bellissimo vedere il mondo con gli occhi di Gesù.
Che cosa le è successo? Cioè, dopo quell’esperienza al Circeo dentro la sua vita, nel suo cuore, che cosa è avvenuto?
La mia vita è cambiata totalmente nel senso che tutto quello che era prioritario prima è andato all’ultimo posto, e tutti i valori della carità, della misericordia, della pace, della pazienza, nel limite dell’umano - perché sempre umano sono - sono venuti in primo piano. Prego tutti i giorni, prego anche di notte e da quel giorno anche quando mi addormento sento che lo spirito continua a pregare. Ho scritto i miei libri per evangelizzare tramite la mia testimonianza; vado in televisione a testimoniare Gesù vivo e gioioso; ho messo su una televisione che parla di spiritualità e di Gesù (www.gioiatv.com - ndr). Ho smesso di fare l’autore per gli artisti della televisione, perché dovevo creare soltanto per Gesù. La mia vita è ormai incen trata su Gesù Cristo che sta davanti a me, dentro di me, fuori di me; la mia casa è piena di Gesù, sembra un’esagerazione, sembra un santuario. Gesù è sempre dentro di me, Gesù è la mia speranza, è la mia vita e cerco di trasmetterlo agli altri.
Accennava a “Gioiatv”. Quanto è difficile fare oggi comunicazione a tutti i livelli, dalla tv ai giornali, a internet, dovendo restare comunque legati ai valori del Vangelo.
Devo dire la verità: È meno difficile di quanto si pensi. Bisogna rompere quella diffidenza che hanno le persone a parlare di Gesù. Il problema è che ci si vergogna a parlare di Gesù ma se tu gli dai il là, è fatta. Le faccio un esempio, io porto un braccialettino con una croce e quando mi chiedono “perché lo porti?”, da lì mi viene il discorso e allora loro si liberano, si aprono. E quindi se sei il primo a parlare di Gesù, ti tiri dietro molta gente perché molta gente ha bisogno di credere. Se io fossi un prete, forse non sarei creduto come sono creduto adesso, da laico, perché magari il prete me lo dice perché fa il suo “mestiere”. Io vengo dagli show italiani e da tutto quello che c’è dietro, e quindi può sembrare curioso che improvvisamente mi sia messo a parlare di Gesù. Ma il messaggio è talmente forte, la spinta è talmente forte, che non ho potuto fare altrimenti. E forse mi sentirà che sono abbastanza concitato, passionale, perché sono contento di parlare di Gesù.
Si stava parlando della possibilità di vivere secondo i valori del Vangelo all’interno di un mondo patinato come è quello della comunicazione oggi anche in Italia.
E forse è anche per quello che mi sono distaccato da questo tipo di televisione. Non mi ci riconosco più. Ovviamente è cambiato anche il gusto in me, non mi riconosco più nei programmi che si fanno adesso, che siano Rai, che siano Mediaset, che siano altre cose. Né i reality, né gli show, né le cose urlate. Non me ne importa più niente.
Come hanno accolto questa novità le persone della sua famiglia, le persone che la conoscono, il suo ambiente di lavoro?
Nell’ambiente di lavoro nessuno mi ha mai detto niente, forse si vergognano. Fanno le battute “Quello è diventato prete”, ma non è così. Se non hai un incontro personale con il Signore è difficile capire. La mia famiglia ormai lo vive da 18 anni con naturalezza perché facciamo incontri di preghiera, di intercessione, di lode.
I suoi amici artisti della televisione, invece?
I miei amici artisti non li vedo più. Ma non li definirei amici per la verità, li definirei artisti conoscenti e basta. Per esempio, sto aspettando di fare un’intervista con Bonolis, con cui ho parlato qualche giorno fa e ha detto “Tu sai che io, però, non credo”. Lui fa la parte di quello che non crede, ne abbiamo parlato tante volte.
Si capisce da come parla che tiene molto ad andare in televisione e raccontare la sua esperienza. È vero?
Si, è vero. Ma se non lo facciamo noi che abbiamo avuto questa piccola missione da parte del Signore - o almeno pensiamo di averla avuta - chi lo farà mai? Io vado volentieri. Ho una certa età per cui non mi interessa il giudizio. Non devo convertire nessuno, questo sia chiaro. Vado in tv a raccontare, e poi alla conversione ci pensa il Signore quando vuole e con chi vuole. Io devo testimoniare assolutamente, perché quello che mi è capitato, quello che  mi è successo e che mi succede giornalmente mi esplode fuori dal cuore.
Un’ultima domanda riguardo alle sue fatiche editoriali. Partiamo dalla prima. Perché il titolo “Nel cognome del padre”?
L’ho voluto chiamare così perché era il mio primo libro e per essere sincero, nel cognome di mio padre ho iniziato una carriera. Probabilmente se io mi fossi chiamato non Jurgens come mio padre che già faceva questo lavoro, ma Rossi, nessuno mi avrebbe offerto le occasioni che ho avuto nella vita. Nel libro racconto anche della mia conversione e di tanti personaggi della tv che ho incontrato sulla mia strada: da Corrado a Celentano, da Morandi a Bonolis...
Mentre il nuovo “Un angelo in T-shirt” di cosa parla?
“Un angelo in T-shirt” è un po’ il seguito del primo libro. Mi sono arrivate migliaia di mail di gente che voleva ancora sapere. È un altro pezzo di storia della mia vita. Ognuno ha un film, la vita di ognuno è un film: succedono cose straordinarie, cose assurde, oppure cose buffe e se tu le metti insieme riesci a costruire un libro, come ho fatto io. Quindi è un altro pezzo della mia vita, un altro pezzo di incontro con mia moglie, con i miei figli, con Gesù, con questa ragazza Ombretta che è stato l’amore inconcluso. È un raccontare. Metto in piazza i miei sentimenti e vedo che la gente li raccoglie e questo mi fa tanto piacere.